MANIFESTO ASSISI 2019
Pellegrinaggio ad Assisi

(In quattro parole-chiave)

Flusso

L’insegnamento più profondo che la Musica ci offre è il non sprecare il Tempo, di utilizzarlo al massimo, dall’inizio alla fine. Utilizzare il Tempo significa conoscerlo, saperlo contare, ed è dovere di ogni musicista perfezionare e aver cura di ogni elemento che scorre al suo interno.

Dentro il tempo musicale scorrono le note, il ritmo, le emozioni, i pensieri più profondi.

Il tempo della musica non si può fermare, possiamo solo interromperlo.

Allo stesso modo scorre la vita dell’Uomo.

Dentro il tempo umano scorrono le ore, i giorni, gli anni con tutte le emozioni, le paure, le gioie, i dolori. È dovere di ogni uomo perfezionare e aver cura di ogni elemento che scorre all’interno del tempo che gli è concesso.

Il tempo della vita non si può fermare, possiamo solo interromperlo.

Conoscere il Tempo vuol dire chiedersi dove e quando si è messo in moto.

Ci sono diversi livelli di tempo, c’è il nostro personale, c’è il tempo dell’Uomo, del pianeta, dell’universo, e c’è, soprattutto, il tempo che scorre oltre noi, oltre il conosciuto, dove la mente non arriva… Un Tempo contiene l’altro, uniti e separati allo stesso tempo.

Conoscere la Storia, quindi, assume un aspetto fondamentale per comprendere ogni cosa.

La musica sacra è un patrimonio assoluto dell’Umanità, per capirla dobbiamo avvertire al suo interno lo scorrere della Vita nel suo aspetto più profondo, con i suoi dubbi e le sue certezze.

Per capire la Vita dobbiamo attivare una diversa percezione del tempo, affrancarlo dall’orologio, liberarlo dai nostri concitati appuntamenti quotidiani.

Riserviamoci allora un po’ di tempo per aver cura del nostro pensiero, delle nostre idee, della nostra anima; il tempo necessario per ascoltare, per riflettere, per cercare… per pregare. Senza questo presupposto ben poco si potrà capire del mondo fuori di noi, ma soprattutto nulla dell’universo dentro noi stessi.

La musica è lì che ci aspetta come un faro che da sempre illumina la via dell’Uomo.

Quanto deve durare un ascolto? Quanto una preghiera?

Conversione

Il fiume del Tempo, del quale la nostra vita è solo un segmento, ogni volta che ci concentriamo sull’ascolto del suo scorrere – non del ticchettio dell’orologio o del conto dei giorni! – è un’energia che ci spinge inesorabilmente al cambiamento.

Sulla strada di ogni persona c’è un luogo dove è in attesa la scoperta di un nuovo io, o meglio: di un io rinnovato. Ascoltare il Tempo – con la misura delle due domande poste alla fine del capitolo precedente: Quanto deve durare un ascolto? Quanto una preghiera? – conduce alla liberazione di un sentimento dell’essere nuovo, anche “in rivolta” con il passato proprio e collettivo.

L’ascolto profondo, attento, accurato, partecipato della musica conduce inesorabilmente alla scoperta di zone di ombra e di luce della nostra persona. I luoghi del cambiamento, appunto.

Questo tipo di ascolto della musica dovrebbe portare, un giorno, ogni musicista (di mestiere) a dire “no” al mondo delle convenzioni superficiali. Alla conversione.

Il pellegrinaggio ad Assisi non è un festival, non è un contenitore da riempire con eventi. È anche un “no”, quindi, rivolto a forme usurate di organizzare la musica.

Ed è un “sì” ad un momento di incontro che, nella nostra intenzione, deve lasciare un segno duraturo in ogni partecipante.

Si tratta di imparare gli uni dagli altri, nel rispetto dell’ascolto reciproco e collettivo, a riconoscere le differenze tra i vari sistemi musicali e i testi di preghiera – differenze nei codici, dunque, di ogni linguaggio – e, allo stesso tempo, a ricercare l’elemento comune a tutte le culture – comunanze nei codici, dunque, di ogni messaggio.

Ma di quale musica stiamo parlando? Di quale preghiera? Di una qualsiasi sequenza organizzata di suoni?

Eppure la domanda-chiave da fare non riguarda la “qualità”, ma, più nel profondo, la “sostanza” che muove la musica e la preghiera.

Che cosa muove la musica: il ritmo? Le note? Il musicista?

Cosa muove la fede: La religione? La chiesa? Dio?

Tutto si muove, se si muove il pensiero dell’Uomo.

Da dove parte il pensiero umano? Dalla scatola cranica? Dall’intelligenza?

Il pensiero, la ricerca, la fede non sono elementi necessariamente legati a un fattore di appartenenza religiosa o di pensiero laico, ma si presentano come un aspetto profondamente umano.

La fede ha un mezzo privilegiato per accedere al “sacro” che è la preghiera, intesa come meditazione sulla Parola.

Sappiamo molto bene che non esiste religione al mondo senza la preghiera e non esiste società umana senza preghiera e musica.

La ricerca di un significato spirituale in ogni singola parola è come un suono profondo che scorre in parallelo e che conduce nel mondo del sacro, ossia del “separato”, oltre la ragione, al Verbo, appunto.

Vibrazione-Suono-Preghiera.

Dunque è l’orecchio la nostra porta sempre aperta alla vibrazione che la Vita ci ha fornito – una porta sempre aperta alla preghiera e alla conversione.

Di tutti i nostri sensi, l’udito è l’unico a rimanere sempre attivo, pronto a recepire ogni movimento, ogni singola variazione che l’ambiente ci comunica, anche quando gli occhi non percepiscono alcuna luce.

L’ascolto è quindi l’accesso privilegiato per attivare la nostra meditazione, è la via che la Vita ci offre e che continuamente ci suggerisce di usare. Una porta sempre aperta.

Raramente sappiamo ascoltare senza l’ausilio della vista, l’ascolto istintivamente quasi ci spaventa, ci fa percepire un mondo quasi sconosciuto al quale non siamo più abituati. L’ascolto ci porta alla concentrazione, alla conoscenza di noi stessi, porta a una solitudine ricca di significato, che è l’esatto opposto dell’isolamento.

La conoscenza di noi stessi ci porta ad un cambiamento che non è solo individuale, ma collettivo. La musica presuppone un natura umana musicale, un valore comune preesistente ad ogni conquista “tecnica” del singolo individuo.

Ascoltare non è un’azione che riguarda solo ciò che percepiamo dal mondo esterno, ma al contrario assume un’importanza fondamentale per aprire il nostro mondo interiore, è la nostra finestra aperta sulla mente.

Vivere anche piccoli momenti di solitudine vuol dire mettersi in ascolto di una molteplicità viva e significante che comporta anche l’affrontare zone del nostro “io” che possono essere anche poco piacevoli. Fare i conti con se stessi non è facile e bisogna saper ascoltare, senza paura, il silenzio affollato della nostra anima.

Quanto è importante saper ascoltare!

La conversione di Francesco ci è raccontata dalle Fonti Francescane come provocata, in una fase iniziale del processo, da un sogno e una visione. In entrambi è decisivo l’intervento di una voce che lo spinge ad agire – e che Francesco ascolta con attenzione.
Spogliazione

Sul cammino di preparazione del Pellegrinaggio ad Assisi, abbiamo incontrato un’altra parola di ispirazione: spogliazione.

Che è più di una parola, perché è un atto compiuto, una “azione drammatica” veramente avvenuta. La conversione di Francesco si compie con il gesto di riconsegna degli abiti e dei denari al padre terreno avvenuto nelle stanze del Vescovado. Nudo, Francesco riconosce come padre solo il Padre che è nei Cieli.

Pensiamo che un esito dell’ascolto concentrato sia anche lo sviluppo della qualità – umana e artistica – del saper distinguere tra le cose che ci scorrono davanti. Esiste sempre un punto di discrimine che, riconosciuto, ci spinge a liberarci del non-necessario. Basta riconoscerlo.

E anche qui il “no” è un “sì”. Si abbandona qualcosa perché si ha la sicurezza di avere qualcosa di più grande, di più importante.

Non è questo il pensiero che fonda l’arte degli ignoti artisti che raccolsero, codificarono e trasmisero il cosiddetto repertorio “Gregoriano”?

Il Tempo appartiene a Dio e a nessun altro, questo è il punto essenziale per capire questa musica. Non c’è spettacolo, non ci sono dischi da vendere, c’è solo preghiera e meditazione. Non c’è alcuna fretta perché il Tempo di Dio è eterno. Questa è la via, l’unica.

Il canto Gregoriano non è un ornamento della preghiera ma parte integrante e significante della stessa, attraverso la meditazione e l’interiorizzazione delle parole cantate (ruminatio). “Chi canta prega due volte”.

Ecco attuato, dunque, in un modello musicale riconoscibile a tutti, il significato della spogliazione: è l’annullamento delle passioni umane attraverso la preghiera musicale, che avviene senza la divisione ritmica precisa dei nostri tempi musicali. Non ci sono battute, non c’è indicazione del tempo iniziale. Tutto deve ridursi fino ad annullarsi, tutto deve scorrere, fluire, per avvicinarsi più puri possibile a Dio come unica via, senza l’insorgere di alcun possibile dubbio.

Il tempo musicale è nudo, il tempo della vita è nudo. E scorrono assieme, solo ed esclusivamente in direzione di Dio.

Ma chi erano i compositori di questi canti così importanti, fondamentali, nella storia della musica? L’ambiente presso il quale si formavano è rappresentato dalla Schola Cantorum, luogo dove la Chiesa ha preparato i propri cantori fin dai primi tempi. La vocazione religiosa era il motore di ogni cosa e spiega perché l’individuo scomparisse nel rendere un servizio alla comunità e a Dio, tanto che l’arte, attraverso la spiritualità, si trasformava in preghiera.

Il nome di questi musicisti non è giunto a noi perché essi non pensavano di lavorare per la propria fama, ma per la gloria di Dio. Pertanto, rimane un solo nome, quello di papa Gregorio, a designare questi canti, poiché per primo li fece raccogliere e conservare, ma non sono suoi, così come non lo saranno quelli che verranno dopo di lui, ma che ugualmente si chiameranno gregoriani.

Cura

Il canto gregoriano è il risultato di un processo di sintesi, durato almeno otto secoli, dei repertori di preghiere sviluppatisi nelle diverse regioni del mondo cristiano delle origini. Si tratta di un lavoro immenso, compiuto da monaci che vivevano in un perpetuo “ascolto” del mondo spirituale e si tramandavano i frammenti melodici – prima solo con la voce, poi anche con la scrittura.

Erano consapevoli di contribuire, ognuno con il proprio “raccolto”, ad un piano molto più grande di loro. Li muoveva, di certo, la cura per il dettaglio, quell’amore per la Verità, incondizionato e incurante della fatica, che è presupposto dell’ispirazione artistica.

Considerando che le melodie gregoriane, come si è osservato, sono spogliate di ogni elemento non necessario, anzi sono l’esempio musicale per eccellenza dell’essenzialità del canto – perché non possono essere altro, visto che la preghiera è essenziale (quale parola è di troppo nel Pater Noster?) e che queste melodie sonopreghiere – giungiamo al significato della parola “cura”: è l’amore per il dettaglio che è allo stesso tempo fondamento dell’opera.

L’evoluzione della musica occidentale vive nella dinamica tra dettaglio e forma complessiva. I capolavori che ci parlano ancora e che si sono eternati nell’ascolto sono quella in cui questa dinamica ha trovato un punto fermo di equazione tra dettaglio e fondamento.

Ed è la cura il segreto del compositore ispirato – così come dell’interprete ispirato.

E, assieme, la consapevolezza che non tutti gli ascoltatori (forse neanche il compositore e l’interprete stessi, “persi” nel flusso dell’ascolto concentrato) sapranno distinguere il singolo dettaglio.

Ma che importa? Forse non ne era consapevole il maestro vetraio chiamato a ornare le cattedrali gotiche, che curava ogni minimo dettaglio di vetrate poste a decine di metri altezza, irraggiungibili dall’occhio di chiunque?

Spesso l’apparente “invisibile”, il presunto “inascoltabile” è la struttura portante di un’opera d’arte. Come il filo che tiene assieme le perle di una collana.

La cura, quindi, è un altra parola-chiave del pellegrinaggio ad Assisi. Una parola che sarà tematizzata nelle giornate di lezione offerte gratuitamente dai grandi maestri della chitarra, del liuto, dell’oud, del sitar a tutti i partecipanti.

Questi quattro strumenti sono legati da una tradizione lunghissima, che risale storicamente all’epoca dei Trovatori.

I Trovatori sono stati fecondatori dei generi musicali, con i loro viaggi al seguito delle corti in Europa e nell’oriente con le crociate, e possono essere tranquillamente considerati come vere e proprie pietre miliari nella storia della musica.

Con loro, la musica sacra si unisce a quella profana e quest’ultima inizia a prendere una sua vita autonoma rimanendo però legata alla prima, come un nuovo albero che ha radici comuni col primo albero che l’ha generato.

È evidente il contatto con la musica degli arabi, presenti in Spagna proprio in quel periodo, e la cosa interessante è che, mentre tra cristiani e musulmani divampava una continua guerra, la musica univa pacificamente diversità apparentemente insanabili.

Nella musica scorre la pace, la convivenza. La musica è una cosa unica, non ci sono confini, nessuna differenza… nessun nazionalismo.

Tutto questo ancora oggi vive, scorre liberamente come un fiume pacifico, mentre gli uomini insistono a scannarsi su divergenze religiose e no.

I contrasti sono stati sorpassati ormai da secoli dal tessuto musicale, assimilati come un valore aggiunto. Ed è una conversione profonda, totale, certamente di origine cristiana, ma che nel suo propagarsi pacificamente nei secoli e accogliendo dentro di sé ogni sistema e cultura, assume un enorme significato, che va di gran lunga al di là delle singole confessioni religiose.

Quante cose potrebbe insegnarci la musica!
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